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Lègami e Légami

axman:

Eccoci in partenza, mi avevi voluto con Te, per trascorrere insieme un week end .

Un week end di relax.

Eri molto stanco, mi avevi detto , e avevi bisogno di riposo e tranquillità.

Guidavo io la macchina, i Tuoi due giorni quiete iniziarono così, in completa tranquillità, abbandonato sul sedile , una mano tra le mie cosce calde, a sentire il tepore della mia pelle, l’umido del mio sesso, a osservare con calma ogni mia piccola reazione ad ogni minimo spostamento delle Tue dita, sapevi che la mia attenzione alla guida non sarebbe mai venuta meno, qualsiasi cosa Tu avessi fatto.

Mi avevi addestrato a non perdere il controllo mai , in nessuna situazione, nemmeno la più estrema.

Guidavo a velocità moderata, felice delle Tue mani , felice della Tua presenza al mio fianco, felice del paesaggio che scorreva davanti ai miei occhi, felice anche solo di poter respirare la Tua stessa aria.

Avevi accettato la mia proposta di visitare quel delizioso agriturismo di cui tanto Ti avevo parlato, in mezzo alle colline umbre , tra il verde e gli alberi.

La strada serpeggiava davanti a noi e l’auto seguiva dolcemente le sue curve assecondandole come Tu a volte seguivi quelle del mio corpo, nei momenti di estrema dolcezza in cui mi studiavi con gesti lenti e misurati .

In valigia mi avevi ordinato di mettere solo comodi abiti leggeri adatti al caldo dell’estate,niente biancheria intima, un costume da bagno per approfittare della deliziosa piscina di cui ti avevo parlato e un libro, il libro di cui ti avevo tanto decantato le lodi e che desideravi ti leggessi nei pomeriggi che avremmo passato assieme, sdraiati nella penombra della stanza che ci avrebbero dato, al riparo dalla calura estiva.

Intravidi sulla collina l’antica casa del 500 in cui ero stata anni prima durante una breve vacanza, serpeggiando lungo le stradine di campagna raggiungemmo il vialetto di ingresso.

 Enzo, il proprietario , mi riconobbe subito e mi salutò con un caloroso abbraccio,si ricordava di me, mi trovava diversa ,disse che ero bella, raggiante, Ti vidi sorridere di compiacimento mentre io arrossivo per il complimento, sapevi che era solo merito Tuo.

La stanza che ci aveva assegnato era un piccolo appartamento con l’unica finestra contornata di edera che invadeva tutti i muri della costruzione.

Un bagno, una stanza da letto, una piccola entrata, tutto qui, molto semplice , i muri dipinti di un vede scuro, il letto pesante e grande in ferro battuto, un armadio di legno massiccio,liscio e imponente.

Uno scorpione di una decina di cm stava comodamente allungato su una parete, spiccava nella sua nera veste e mi affascinava nella sua immobilità,a volte anche Tu apparivi così immobile e letale.

Non lo avevamo minimante disturbato, il suo pungiglione stava a riposo, come lui del resto, assopito e intorpidito dalla calura si rigenerava col fresco contatto delle spesse mura di pietra antica.

Enzo ci disse di non temere, che non era velenoso e che durante la notte se ne sarebbe andato in cerca di prede, fuori nel cortile di ghiaia e aiuole fiorite.

Con calma e gesti studiati riposi le Tue cose nel primo cassetto dell’antico comò che troneggiava a fianco del letto, ripiegando accuratamente ogni cosa perchè fosse perfetta per essere da Te indossata , pochi indumenti di ricambio, il necessario per i due giorni che avremmo trascorso, poi misi le mie nel secondo cassetto, due abitini leggeri, un golfino per la sera, niente di più.

Stavi seduto sulla poltrona di vimini , nell’angolo, le gambe accavallate, fumavi lentamente e mi osservavi, osservavi che ogni mio passo fosse esattamente nella direzione giusta, che ogni cosa venisse fatta a modo, senza disattenzione.
Eri soddisfatto, mi ero presa cura delle Tuoi indumenti in maniera adeguata ed esprimesti il desiderio di andare in piscina, in fondo erano ancora le undici , eravamo partiti molto presto e l’ora del pranzo era ancora lontana.

Tu non avresti messo il costume, già lo sapevo, Ti saresti allungato comodamente sulla sdraio in camicia e jeans, fumando e guardandomi nuotare o prendere il sole sdraiata per terra al Tuo fianco, gli occhiali da sole a difenderTi gli occhi e a renderTi imperscrutabile.

Misi il costume, un bikini nero, poca pochissima stoffa, quel tanto che bastava per coprire quel che era necessario, presi i due asciugamani, feci per uscire dalla stanza , Tu eri dietro di me, sentivo i Tuoi occhi sui miei fianchi.

Stavo per allungare la mano sulla maniglia quando mi inchiodasti al muro dell’ingresso, il viso contro la parete fresca e ruvida di intonaco, un braccio nella Tua morsa d’acciaio bloccato sopra la testa, le mie dita ancora allungate nel gesto che stavano tentando di compiere.

Mi schiacciavi col tuo corpo contro il muro, con l’altra mano iniziasti a frugare tra le mie gambe, ti insinuavi prepotente, spingevi la Tua gamba in mezzo alle mie in modo che io le allargassi , raggiungesti quel che volevi toccare, era tutto perfetto, bagnata come Tu volevi, mi baciasti sul collo dolcemente , soddisfatto, mormorando che era brava la Tua piccola hanae e che si meritava il bagno in piscina.

Tremavo come una foglia, quei Tuoi gesti improvvisi avevano la capacità di scombussolare tutto dentro di me, insieme arrivava timore di non essere perfetta per Te, gioia, emozione, eccitazione, ansia, un cocktail esplosivo che mi rimescolava tutta.

Con le gambe ancora tremanti scesi la ripida scaletta di pietra che dal nostro appartamento portava al patio della casa , ora ero al mio posto, dietro di Te che camminavi con passo sicuro nonostante non conoscessi il luogo, mi lasciavo condurre docilmente, la testa china ,l’anima e il corpo ancora in subbuglio.

Del resto non occorreva che Ti facessi strada io, la piscina si intravedeva benissimo con i suoi riflessi cristallini, perfettamente intonata in mezzo al verde, un turchese incastonato tra smeraldi di foglie e diamanti di pietra grezza.

La mattinata trascorse così, serena, io nuotavo languidamente e lasciavo che il mio corpo fluttuasse nell’acqua felice di assaporare ogni momento con Te, felice che Tu posassi il Tuo sguardo compiaciuto su di me ogni volta che ne avessi voglia, che mi spogliassi con gli occhi in ogni istante, immaginavo che l’acqua fossero le Tue mani , che il sole sulla mia pelle fosse la Tua bocca.

Pranzammo, con calma, accompagnando il pasto con un leggero vino bianco appena frizzante, chiacchierando amabilmente. I discorsi si susseguivano con naturalezza, non mancavo argomenti di discussione e lasciavi che io mi esprimessi liberamente, io dal canto mio quando Tu parlavi rimanevo sempre estasiata, amavo ascoltarti , per me erano come musica le Tue parole, ma ero una chiacchierona e spesso mi dovevi rimproverare per il mio gran ciarlare.

Dopo il caffè eravamo pronti per la siesta, e ci incamminammo verso il nostro appartamento, un pezzo di strada sotto il sole cocente , che separava il locale dove veniva servito il pranzo ai pochi astanti , qualche metro all’ombra delle fronde di verdi alberi imponenti e poi di nuovo la scalinata di pietra, io sempre dietro di Te , orgogliosa di seguirti , come un girasole segue i raggi del sole .

Entrammo nella penombra, Ti togliesti le scarpe e Ti sdraiasti nel grande letto , gli occhi socchiusi, le braccia incrociate dietro la testa.

- Ora leggi per me piccola, ho voglia di sentire la Tua voce – mi dicesti con calma e fermezza.

Io presi il libro dal comodino, mi accoccolai ai piedi del letto, come facevo sempre quando Tu volevi riposare avendomi accanto e con calma aprii le pagine .

C’era molto caldo, e un raggio di sole entrava nella finestra a bruciarmi la schiena, il mio abitino di cotone bianco , con le strette spalline non serviva a tenermi fresca, Tu godevi della piacevole brezza che entrava dalla porta socchiusa.
Iniziai a leggere, ero felice di poterlo fare per Te, ero felice che la tua quiete fosse accompagnata dalla mia voce, ed ero felice che Tu volessi che io lo facessi per Te.

Le parole scorrevano fluide, uscivano dalle mie labbra senza intoppi, il tono era controllato, si animava appena durante i dialoghi , per dare la giusta enfasi a ciò che dicevano i protagonisti.

La Tue dita si intrecciavano tra i sottili fili neri dei miei capelli, ci giocavano dolcemente, ne traevi piacere , e la storia Ti appassionava.

Era ironica e intelligente , una storia raccontata con maestria, le vicende di un amore molto particolare tra un dinamitardo e una principessa.

Leggevo senza sosta, snocciolavo le parole come un rosario, senza incertezze e senza esitazioni, estasiata dal Tuo tocco e dal rumore del Tuo respiro così calmo e rilassato.

Lessi per un tempo che mi parve infinito, ma cominciavo ad avere la bocca secca.

Il caldo soffocante, il sole sulla schiena, l’aria infuocata di quel pomeriggio cominciarono a farsi sentire.

C’era una brocca d’acqua gelata sul comodino, il vetro appannato dall’afa della stanza, brillanti goccioline di condensa lo ornavano come gioielli.

Ogni tanto alzavo lo sguardo dalle pagine e intravedevo quell’ acqua desiderandone ardentemente un sorso, non osando interrompere l’idillio di leggere per Te, non osando chiederTi se potevo bere.

Le parole iniziarono ad incespicare , uscendo incerte dalle mie labbra secche.

Di colpo smettesti di giocherellare con i miei capelli, avvertivo il tuo turbamento, avvertivo che stavo disturbando la Tua quiete con la mia incertezza, con le mie pause, che mi occorrevano per deglutire a fatica, per ritrovare un po’ di saliva e continuare la lettura.

- Posso bere un po’ d’acqua Signore? – osai chiedere.

- No, piccola , non puoi , continua – il Tuo tono era risoluto, non ammetteva repliche .

Continuai, iniziavo ad essere nervosa, ad incespicare sempre più nella lettura, il pensiero rivolta alla brocca d’acqua, lì sul comodino, fresca ed invitante.

Le parole ora uscivano confuse dalla mia bocca, davanti ai miei occhi si mescolavano e non riuscivo più a tenere il filo delle frasi.

Ti tirasti un po’ su con i gomiti e puntasti i Tuoi occhi di fuoco nei miei.

Ora li stavi tirando i miei capelli, stretti in un nodo nel Tuo pugno, eri infastidito dalla mia incertezza nel leggere, dalla fluidità del pomeriggio interrotta.

Piantasti le Tue unghie nella delicata carne delle mie spalle, un sottile dolore mi percorse la pelle.

Leggi – e non sbagliare – o sarò costretto a punirti, stai disturbando il mio relax, piccola schiava.

Di solito dicevi il mio nome, quello che avevi scelto per me, solo quando eri molto infastidito mi chiamavi schiava.

Ero decisamente agitata ora, e il fatto di dover leggere in quello stato d’animo non faceva che aumentare la mia ansia.

Non c’era più fluidità nella mia lettura, mi sentivo una bambina di prima elementare, che aveva imparto a leggere da due giorni appena e che in continuazione doveva fermarsi per sillabare bene le parole.

Ora avevi aperto gli occhi, spostasti lo sguardo per la stanza, io tremavo ai Tuoi piedi, non c’era più contatto tra noi, le Tue mani si erano allontanate dal mio corpo, e tutto d’un tratto sentivo freddo, nonostante tutto, e non pensavo più alla brocca dell’acqua ma solo a leggere, attentamente, cercando di non sbagliare.

Tentativo inutile il mio, orami l’agitazione aveva preso il sopravvento, e non c’era una parola che uscisse correttamente dalla mia bocca, cercare di capire quello che diceva era impossibile, saltavo le righe, ingarbugliavo le frasi, tremavo visibilmente.

All’improvviso mi prendesti il mento tra le Tue dita, lo stringevi forte e un piccolo schiaffo mi colpì inaspettatamente, forte, deciso, sulla guancia, che iniziò a pulsare.

Ti alzasti dal letto,eri visibilmente infastidito , venisti dietro di me, mi sollevasti da terra e mi facesti mettere in ginocchio davanti al letto.

Mi tenevi la testa incollata al copriletto , con una mano tenevi i miei polsi dietro la schiena.

Lasciasti la presa sulla testa, afferrasti la cravatta che avevi indosso durante il viaggio e mi legasti le mani dietro la schiena.

Mi avresti punita, e me lo ero meritato.

Avevo rovinato il tuo pomeriggio di relax, ero una stupida bambina impertinente che non sapeva neppure leggere.

Il libro giaceva li, di fronte a me, abbandonato sul copriletto.

Mi bendasti gli occhi con la benda che sapevi essere sempre nella mia borsa, stringesti forte il nodo sulla mia nuca, e all’improvviso il pomeriggio fu notte, notte fonda.

Respiravo velocemente, a piccoli sorsi bevevo avidamente l’aria calda e iniziai a sudare dall’agitazione e dall’eccitazione.

Il mio corpo era imperlato di sudore ormai e quando le tue mani schioccarono sulle mie natiche il rumore fu assordante.

Una, due , tre , quattro, infinite volte la tua mano calò su di me implacabile, non un gemito osò uscire dalla mia gola, nel timore di farti alterare ancora di più.

All’improvviso sentii spingere e Ti sentii entrare dentro di me, con forza, fino in fondo.

Questa volta mi strappasti un piccolo grido di dolore, ma senza fermarti ti prendesti il tuo piacere, godendo della mia sottomissione, sapendo che anche io godevo di quello che mi stavi facendo, sapendo che era quello che volevo, sapendo che ero andata a cercarmelo.

Avevi la certezza che , non appena avevo intuito il tuo disappunto, avevo iniziato a sbagliare apposta le parole, mi conoscevi bene Tu, sapevi quanto potevo essere impertinente, sapevi che volevo che Tu mi punissi.

Le tue unghie artigliavano la mia schiena, il tuo sesso mi sfondava senza tregua.

A lungo, stringendomi le carni dei fianchi, mi prendesti senza sosta.

Ti sentii esplodere dentro di me, tirando la cravatta che legava i miei polsi, aggrappato ai miei capelli, inarcai la schiena più che potevo per sentirti ancora un attimo dentro di me, prima che uscissi , prima che mi lasciassi li, ansante.

Dolcemente mi slegasti, mi massaggiasti le mani intorpidite, mi baciasti le tempie sudate.

Prendesti l’acqua dal comodino e me ne versati un bicchiere, lo portasti con delicatezza alle mie labbra aiutandomi a bere, poi posasti un bacio sulla mia bocca, che ti bevve avidamente, più di quanto avrebbe bevuto qualsiasi acqua, anche nel più torrido deserto.

Ci abbandonammo poi sul letto, stremati dalla nostra ora di lettura , e ci addormentammo sereni, cullati dal canto delle cicale, e dal rumore del vento estivo tra le foglie di edera.

©Axman

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